VERSI CONTROVERSI

senza censura

The Substance

Quando il citazionismo non basta, la sceneggiatura è la frittata di soli albumi

4–6 minuti
Il recente Golden Globe a Demi Moore per la sua interpretazione in The Substance ha riportato sotto i riflettori il film di Coralie Fargeat, un’opera che si muove tra body horror, critica sociale e un’estetica dichiaratamente ispirata ai maestri del genere. Kubrick, Lynch, Cronenberg: nomi che pesano e che, nel film, vengono evocati attraverso scelte stilistiche, inquadrature e soluzioni visive che si rifanno al loro immaginario. Ma fino a che punto un film può sostenersi sulla potenza delle reference? E soprattutto, quando il citazionismo smette di essere un omaggio e diventa un rifugio?

Le influenze visive dei predecessori sono un patrimonio inestimabile e non solo per il mondo del cinema per cui codesti dovrebbero essere strumenti per costruire un’identità, non un alibi. Fargeat non si limita a mescolare le carte, le reference vengono usate come se fossero sacre e in alcuni casi tali e quali, come se l’atto stesso di riproporle fosse sufficiente a dare valore all’opera rendendo così intoccabile anche la sua fotografia. In questo caso non è solo un omaggio ai grandi, la cit. diventa un meccanismo che gratifica lo spettatore più attento, creando un senso di superiorità in chi è in grado di coglierle tutte o comunque la maggioranza a mo’ di Easter egg. In questo modo l’esperienza cinematografica si trasforma in una caccia alla reference e il rischio diventa quello di passare per un contenuto debole.

Il problema, dunque, non sarebbe il riferimento in sé, ma il modo in cui viene usato. Il cinema si nutre di influenze e di riletture, e ormai non si può più pretendere di inventare l’acqua calda. Tuttavia, le possibilità di reinventare il linguaggio cinematografico sono ancora infinite.

Anche i copisti medievali, gli alunni che copiavano i lavori dei grandi maestri imitandoli, vi aggiungevano un’impronta unica, creando capolavori a loro volta. Non è la stessa cosa quando si tratta di una reference cinematografica che si limita a copiare letteralmente le scene di Shining nell’Overlook Hotel.

Inoltre, il film non si limita a costruire un immaginario, lo impone. Ogni simbolismo è dichiarato e sottolineato fino a diventare ridondante. Il caso più evidente? Il tuorlo. Fin dalle prime immagini, la regista suggerisce che la protagonista, Elisabeth Sparkle, è il nucleo dell’intero film però invece di lasciare che lo spettatore colga questo concetto attraverso la messa in scena, glielo mette letteralmente in bocca. Infatti, Elisabeth indossa il cappotto color tuorlo in più e più occasioni, una scelta visiva che ribadisce il concetto in maniera quasi eccessiva, come se ci fosse la paura che lo spettatore possa perdersi il simbolismo.

Un altro elemento cruciale è l’ambientazione. Per quanto possano essere affascinanti le scene che richiamano i nostalgici anni ’80, il film costruisce un mondo senza un’identità precisa, un luogo volutamente astratto in cui i riferimenti temporali si confondono. Alcune scene evocano gli anni passati per l’estetica, ma poi compaiono telefoni cellulari moderni, rendendo l’ambientazione sfuggente e ambigua che cozza con la segretezza di un programma come quello della “cura”. Questo spaesamento non è funzionale alla narrazione, a mio avviso, e risulta più confuso che evocativo. Allo stesso modo, il concetto di “cura” che viene somministrata indistintamente ai ricchi e ai poveri senza un apparente scopo economico o sociale, rimane privo di una vera logica narrativa, lasciando lo spettatore senza risposte su chi ci guadagni e perché.

D’altronde, è possibile creare mondi surreali che siano coerenti e funzionali alla narrazione. Un esempio perfetto è The Lobster di Yorgos Lanthimos: un universo assurdo, ma in cui ogni elemento trova una sua logica interna e si spiega da sé. Il film non lascia mai lo spettatore con quella fastidiosa domanda irrisolta, quel “Ma perché?” che invece The Substance non riesce a evitare. Un mondo surreale può e deve avere coerenza, perché è proprio attraverso questa che diventa credibile e coinvolgente.

Anche la metafora della duplicazione corporea si muove in bilico tra il simbolismo e la didascalia. La protagonista sdoppia il proprio corpo, ma non la propria coscienza, eppure il film spinge questa immagine fino alle sue conseguenze più esasperate perché non sembra che la coscienza non si sia sdoppiata. Certo, potrebbe essere letto come il fatto che talmente Elisabeth si odia che si dissocia dalla propria coscienza anche se il gentile signore misterioso, che regala la cura per la bontà del cuore, continua a ribadire – siete la stessa persona. Il desiderio di uccidere la parte vecchia e “brutta” (tra mille virgolette, riconoscendo il fascino e la presenza scenica di Demi Moore) perché non sa accettare il tramonto di sé risulta più come un’immaturità insensata. Sembra più una persona che non vuole accettare il ciclo naturale di vita e vuole sembrare una ragazzina che una profonda critica alla società moderna che detta gli standard di bellezza, i quali comunque sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il film sembra voler colpevolizzare anche lo spettatore, trasmettendo un messaggio aggressivo sull’industria della bellezza e sulla complicità del pubblico con il parallelismo tra il disgusto e senso di inadeguatezza degli spettatori dello show di Capodanno e il pubblico insofferente nelle sale. Il culmine, l’apoteosi arriva con l’eccesso di splatter finale, un mostro generato dal clone della matrice originale che esplode in una fontana di sangue che richiama quell’ultimo tentativo di essere ricordati per la propria bellezza, la dernière danse più nonsense di tutto il film.  In definitiva, The Substance è un film che merita credito per la sua estetica e per l’ambizione della sua denuncia sociale, ma che si perde nella necessità di imporsi visivamente e concettualmente. Il suo messaggio arriva, ma con un’insistenza tale da risultare nauseabonda e, alla fine, esasperante. Per questi motivi, sebbene abbia momenti interessanti e spunti di riflessione, non è un film da rewatch, perché l’esperienza che mi ha fatto percepire è più un esercizio di stile che una narrazione davvero coinvolgente.

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